venerdì 21 luglio 2017

Se osservi con attenzione il tuo problema…

Complici le difficoltà del periodo che da un bel po’ stiamo attraversando, astio, insofferenza e rabbia sono sentimenti tornati di gran moda. Siamo alla ricerca di capri espiatori e non vediamo l’ora di potercela prendere con qualcuno, soprattutto se più debole. Eppure, non siamo isolati dal mondo. Quello che ci capita, e la nostra intera storia, sono il risultato di molteplici relazioni in cui siamo sempre coinvolti: con gli altri, le cose, l’ambiente e, soprattutto, con noi stessi. Quando proviamo una qualunque forma di malessere e ne addebitiamo tutta la colpa ad altri o alla malasorte, ci scordiamo di considerare come la nostra vita sia una commedia (raramente “divina”) in cui, bene o male, interpretiamo il ruolo di protagonisti. Questo non significa che ogni volta che ci capita qualcosa di male, è perché lo abbiamo meritato, oppure che il caso non abbia un ruolo, o che, all’opposto, siamo padroni assoluti del nostro destino. La possibilità di aggiustare equilibri sempre mutevoli richiede molto esercizio, oltre che fortuna. I buoni marinai non si lamentano inutilmente del tempo. Imparano a leggere il cielo, il vento e le carte: sanno quando spiegare le vele o ammainarle, invertire la rotta o cercare riparo. Per diventare veramente abili, però, devono imparare anche quali siano i loro limiti, e, se possibile, come superarli. Solo così, vivendo e riflettendo sulle esperienze, riescono a navigare in un mare agitato da rischi e responsabilità. In una visione più sintetica, questo discorso si può condensare in un aforisma, un po' destabilizzante, che il nostro ego fatica ad accettare: “Se osservi con attenzione il tuo problema…scoprirai di esserne parte”.

sabato 1 luglio 2017

E' soltanto un'opinione!

Il diritto che tutti hanno di esprimere la propria opinione, non significa che tutte le idee abbiano lo stesso valore. Si suppone, giustamente, che il parere di chi ha dedicato gran parte della sua vita a studiare determinati argomenti e a rifletterci sopra, abbia un peso maggiore di quello del cosiddetto uomo della strada. Sarebbe utile, però, tenere presente che anche la scienza – quando non diventa una fede - non ha opinioni monolitiche. Sappiamo bene come, nel tempo, parametri, idee e interpretazioni cambino con il progredire delle conoscenze: quello che era vero fino a ieri, oggi è considerato un’ingenuità. Inoltre, nella maggior parte delle discipline - in particolare quelle non definibili 'esatte', come la matematica - esperti di una stessa materia e di uguale calibro possono avere opinioni divergenti su più di un argomento. In ogni epoca, poi, è accaduto che, quando scienziati e studiosi, con le loro intuizioni o scoperte, hanno stravolto paradigmi comunemente accettati, siano stati osteggiati e denigrati soprattutto all’interno della loro stessa comunità. Specializzazione non è sinonimo d’infallibilità, e in ogni ambito (medico, economico, politico, ambientale, giuridico, sociologico, ecc.) costatiamo come gli esperti sballino con una certa frequenza previsioni e giudizi. Insomma, se anche chi sa, prende cantonate, chi non sa dovrebbe essere molto più prudente nel fare affermazioni perentorie. Purtroppo, alimentando la “cultura” attuale - che considera sobrietà ed equilibrio qualità da sfigati – contribuiamo a generare anche i politici che ci governano. Solo l’arrogante ignoranza sembra spiegare il successo di molti: spesso si occupano di questioni di cui non hanno nessuna competenza specifica, e alcuni (forse proprio per questo?), riescono anche a diventare ministri.

giovedì 15 giugno 2017

Il problema della monnezza

Nonostante si viva in un’epoca in cui l’informazione è diffusa e la comunicazione globale, non solo non raggiungiamo migliori equilibri, ma vediamo aumentare in modo esponenziale ingiustizie e corruzione, solitudine e litigiosità, sprechi e inquinamento. Se abbiamo avuto un certo successo come specie, dipende dal fatto che, imparando a cooperare gli uni con gli altri, spartendo risorse e conoscenza, siamo riusciti a creare gruppi più ampi e coesi.  Oggi, l’esaltazione esasperata dell’individuo, del consumo e della velocità - valori glorificati dalle società “moderne” - ci porta a percorrere un cammino involutivo: la libertà è confusa con l’assenza di regole, l’affermazione di sé con lo sfruttamento dei simili e dell’ambiente. Ci sono troppi individui e poco senso della collettività, troppi partiti e poca visione d’insieme, troppo potere concentrato e poca ricchezza condivisa. A dispetto dei mezzi a disposizione, non ci capiamo – tra popoli, classi sociali, persone - perché per ascoltare l’altro e metterci nei suoi panni, dovremmo imparare a sospendere i giudizi e a ridimensionare un po’ il nostro ego. È un cambiamento culturale che dovrebbe coinvolgere tutti, perché il dialogo vero - non i grotteschi confronti proposti dai talk show - richiede disponibilità reciproca. Forse, per non espandere il monnezzaio morale e materiale che stiamo creando, sarebbe utile ricordarsi ogni tanto che la vita sulla terra, tranne un’unica eccezione, è rappresentata da altri.

domenica 14 maggio 2017

Non tutti i batteri vengono per nuocere

È un fatto acclarato: intolleranze, allergie, malattie auto-immuni e vulnerabilità alle infezioni aumentano in modo esponenziale. I motivi sembrano ben individuati e, come avviene per la maggioranza dei problemi che ci affliggono, sono imputabili alla difficoltà a sviluppare una visione d’insieme e all’infantile paura che ci spinge a temere ciò che non conosciamo, invece che a cercare di comprenderlo. Per salvaguardare la salute abbiamo dichiarato una guerra ossessiva ai batteri di ogni specie. Tutto deve essere igienizzato, sterilizzato, purificato: la casa, il bucato, i corpi. L’abuso di antibiotici - ingurgitati anche a causa dell’allevamento intensivo - distrugge pure i germi ‘buoni’, quelli che non solo vivono in pacifica simbiosi con noi, ma che rendono possibile la nostra vita. I problemi nascono perché il sistema immunitario, per fare bene il suo lavoro, cioè proteggerci da microbi e agenti patogeni, si deve allenare scontrandosi con il mondo esterno. Solo in questo modo impara a distinguere con chiarezza le cellule del corpo cui appartiene dalle estranee, e poi a discriminare, tra quelle estranee, le nocive dalle utili o innocue. Insomma, non solo non c’è benessere nell’isolamento, ma la vita stessa si fonda su pluralità e differenze. È un concetto che vale anche per la salute delle democrazie: eccedere nel controllo, evitare il confronto e le difficoltà non ci rende più forti e felici, ma più deboli e spaventati. Più che i microbi, forse, dovremmo temere l’informazione unica, le concentrazioni di potere, chi non ammette dissenso. Loro sì che sono pericolosi.

giovedì 20 aprile 2017

La verità è un recinto

Un giorno, alcuni discepoli chiesero:
-          Maestro, il mondo è così ambiguo e le tante diverse opinioni ci smarriscono. Come possiamo comprendere cosa sia la verità? Come trovare conforto?

-          Verità è la spada che brandiamo per difendere noi stessi e ciò che possediamo, ma il miope egoismo soccombe se illuminato dalla realtà. Verità è il recinto che costruiamo per dominare la mente, ma è aspra fatica soggiogare i cavalli selvaggi che la abitano. Verità è lo scoglio cui restiamo aggrappati per paura del fiume in piena, ma la vita è più simile al tumulto dell’acqua che non alla fissità della roccia. Verità è nelle parole che dico ma anche in ciò che non so e in cui non credo, poiché il cosmo è ben più di quanto si possa comprendere e contenere. Nel procedere sull’impervia montagna s’espande la visione del tutto, ma cresce maggiormente ciò che, da tali altezze, allo sguardo sfugge. Così, più stimate di possedere il vero e più ne sarete lontani. Non posso, dunque, dispensare verità, ché non mi appartengono. Le parole e gli esempi dei saggi, al meglio, sono lampi nella nera notte, bagliori improvvisi sul mondo. Amate, dunque, la vita più che la vostra verità. Imparate a godere anche dell’oscurità e dei brevi chiarori. Trovate conforto in ciò che è, e non in ciò che vorreste. Questo vi può rendere più prossimi alla verità. Però, cari figlioli, non vogliatemene se ciò non sarà sempre vero… 

giovedì 30 marzo 2017

Le emozioni del piffero

Tra gli individui che hanno più fortuna nella vita - il che, secondo lo schema di pensiero più diffuso, significa ottenere fama e palanche – ci sono quelli che, nell’insieme, si potrebbero chiamare i “generatori di emozioni”. Attori, cantanti, scrittori, atleti, leader (veri o presunti) e praticanti di arti varie - insomma tutti coloro che in qualche modo riescono a commuoverci, divertirci, appassionarci o meravigliarci - esercitano su di noi un fascino irresistibile.  La fretta, le incombenze, le regole complicate e spesso inutili, la rincorsa ossessiva al denaro (chi non ne ha a sufficienza e chi non ne ha mai abbastanza), tolgono sapore ai giorni e ci rendono miopi, tenendoci ancorati alla parte più gretta del reale. Spesso ingolliamo la vita a bocconi, senza nemmeno osservarli e assaporarli. Le emozioni, al contrario, solleticano il palato, risvegliano i sensi aggiungendo profumi e colori. È per questo che un abile venditore di emozioni riesce a soggiogare le folle, come avviene nella favola del “Pifferaio di Hamelin”. Tuttavia, potremmo dipendere meno dalle emozioni suscitate da altri se ci rendessimo conto che le abbiamo già dentro, che sono insite nel nostro cervello da molto più tempo e più in profondità di quanto lo siano la capacità di parlare e di ragionare. E che è possibile risvegliarle, anche senza aiuti esterni, imparando a estrarre più gusto dai singoli momenti. Dobbiamo, però, decidere di essere presenti, dedicando più attenzione e tempo a quello che stiamo vivendo: una situazione qualunque, un cibo, una relazione. Allenare la capacità di emozionarsi è cosa buona non solo perché, dandogli più sapore, vivifica il quotidiano di ognuno, ma anche perché ha un auspicabile effetto sociale: ridimensiona il fascino di tanti “pifferai” in circolazione.  

sabato 18 marzo 2017

Il vestito di neanderthal

In questa Babele globale dove si producono molte più parole di quante se ne possano ascoltare, forse bisognerebbe chiedersi se l'atteggiamento più saggio non sia tacere, per non contribuire alla confusione generale. Tutto questo parlare, poi, si associa a narcisismo e arroganza. Attraverso giornali e televisioni un numero consistente di personaggi pubblici - non per questo necessariamente autorevoli o competenti – si esibisce ogni giorno in trucide liti da mercato. Accomunati da un ego ipertrofico, più che cercare ragionevoli soluzioni ai problemi, si accapigliano per affermare se stessi. I cosiddetti “social”, quelle sterminate piazze virtuali dove ognuno può sparare pensieri a caso, sono messi pure peggio. Luoghi dedicati soprattutto al “cazzeggio” (attività, comunque, non sempre priva di utilità), per alcuni diventano spazi dove sfogare rancori e frustrazioni. Un atteggiamento sempre più diffuso e preoccupante, è che, non avendo argomenti per controbattere le idee altrui, ci si accanisce sul loro portatore: denigrandolo e insultandolo. La possibilità di confronto civile si trasforma in una lotta nel fango, rafforzando l’idea che la cosiddetta civiltà sia solo un bel vestito indossato da un neanderthal. O un po’ come nel ‘700 quando i nobili coprivano il loro odore col profumo…ma senza lavarsi. Lo scopo più elevato della comunicazione - lo dice l’etimologia - è quello di creare unità, di avvicinare le persone. E chi non capisce questo, non solo è un narciso arrogante, ma anche un cretino e un puzzone! È chiaro il concetto?