martedì 9 gennaio 2018

Meditate, gente, meditate

 I termini meditare e medicare hanno la stessa radice etimologica, ed entrambe le attività hanno a che fare con l‘aver cura. L’effetto curativo della medicina, nelle sue varie forme, è noto. Invece, la meditazione – considerata, a torto, una pratica utile solo a monaci o asceti - ha un’efficacia meno conosciuta, anche se, ormai, verificata da numerose ricerche scientifiche. Tutti sperimentiamo come emozioni e pensieri s’influenzino reciprocamente, e come il loro evolversi possa farci stare bene o, all’opposto, farci ammalare. Le emozioni, però, ci informano soprattutto su come stiamo vivendo le cose, più che su come queste siano in realtà, e i pensieri, molto più spesso di quello che crediamo, sono solo in parte nostri, ma, perlopiù, assimilati dall’ambiente, come avviene per la lingua che parliamo o le abitudini alimentari. Inoltre, filosofia e neuroscienze spiegano qualcos’altro che dovremmo tenere ben presente: i sensi ci permettono di cogliere solo una minima parte del reale, e quello che percepiamo è sempre il risultato di un’interpretazione. Ignorando questo insieme di fatti, ci convinciamo che le costruzioni della mente riflettano la sola e autentica realtà. Durante la meditazione – fermi o muovendoci, ma comunque calmi e in silenzio – osserviamo con tranquillità i nostri contenuti mentali senza giudicarli. Grazie a un esercizio costante, impariamo a prendere una sana distanza da emozioni e pensieri, e sperimentiamo come rappresentino solo alcune tra le tante creazioni, a volte non le migliori, che possiamo elaborare. Così, osservandoci in modo critico ma sereno, ci prendiamo cura di noi stessi, diventando più capaci di governare la mente, e di darci buoni consigli, quasi come facciamo con i nostri amici.

martedì 19 dicembre 2017

La vita scorre sul filo

L'Universo e la Vita evolvono senza sosta. Anche noi, quindi, siamo mutevoli e dotati di un equilibrio assolutamente dinamico: lo perdiamo e recuperiamo di continuo. Nei momenti di maggiore instabilità l’insieme corpo-mente ci fornisce vari segnali di disagio – fame, stanchezza, sonno, ansia, lievi malanni fisici - che, se trascurati per troppo tempo, possono tramutarsi in vere e proprie malattie. Così, per essere più equilibrati, sani, e anche più felici, è fondamentale imparare ad accettare e bilanciare gli aspetti complementari su cui si fonda la nostra vita: maschile e femminile, ragione ed emozioni, fisicità e intelletto, impegno e riposo, per citarne alcuni. Oggi le moderne scienze biologiche dimostrano la validità di un concetto antico: la Vita non è frammentabile, e non esiste una linea di confine tra quelli che, in modo fuorviante, ci ostiniamo a definire ‘opposti’. Applicando il ragionare per contrapposizioni alla società, poi, non facciamo che estendere all’esterno i nostri squilibri interiori. In ogni epoca, quando i tempi si fanno difficili e confusi, cresce il fascino di pericolosi leader che vendono verità semplicistiche, sicurezze illusorie e rozze soluzioni. Ignoranza, rigidità e ostilità, però, ci rendono tutti più fragili e instabili. Sarebbe cosa saggia recuperare quella voglia di capire che avevamo da bambini, e coltivare la visione d’insieme, l’elasticità e la cooperazione perché altrimenti rischiamo veramente di cadere “tutti giù per terra”.

domenica 26 novembre 2017

Più il corpo è debole e più comanda

Capita a tutti di soffrire per banali disturbi: un raffreddore insistente, una spalla bloccata, un bruciorino di stomaco, un calletto molesto. Per quanto sia leggero, il disagio ci condiziona, e non solo in senso fisico. Quell’area di debolezza, infatti, attira la mente calamitando l’attenzione con una forza e una frequenza proporzionali all’entità del fastidio. Lo stesso atteggiamento vale per bisogni naturali come il sonno, la fame, la pipì. Però, pur definendoci animali razionali, raramente cerchiamo di sviluppare un dialogo interiore costruttivo. Così, annulliamo il malessere perché ci ostacola, o, all’opposto, lo sopravvalutiamo perché ci terrorizza.  Per rendere il corpo più forte - e quindi meno manchevole e tiranno – è necessario imparare ad ascoltarlo con serenità. Per dirla tutta, prima ancora dovremmo cominciare a considerarlo in modo differente: non si tratta né di un trascurabile involucro, né di una macchina da usare o trasformare a piacere, né di una divinità da venerare con ossessione. Il corpo ci riporta alla realtà mettendoci in relazione col mondo, dà origine alla psiche, è il depositario della nostra storia. Imparare a percepirlo con curiosa fiducia ci aiuta a prendere coscienza di vulnerabilità e risorse, e a familiarizzare con le bizzarrie della nostra mente. Allenarsi alla percezione e all’accettazione di se stessi, cercando di gestire ansie e insensibilità, inoltre, serve ad affinare le relazioni con gli altri, perché, spesso, quello che più ci disturba di loro, è ciò che appartiene anche a noi.  

domenica 5 novembre 2017

Il mondo sulle spalle

La vita pesa? Si direbbe proprio di sì! Lo testimoniano le spalle contratte, i colli irrigiditi, le schiene dolenti che coinvolgono tutti: uomini, donne e perfino bambini. E non è solo colpa delle posizioni di lavoro non ergonomiche, delle borse che contengono qualsiasi cosa, degli zainetti stracarichi.  I ritmi di vita ci lasciano sempre meno respiro, la quantità e la varietà degli stress – fisici e psicologici, evidenti e nascosti - aumentano e comportano una fatica che, comunque, ci toglie serenità e salute.  Figli di un’epoca particolarmente subdola in cui ci illudiamo di essere liberi, solo perché scegliamo di fare senza dubbi quello che un sistema lobotomizzante ci induce a preferire, diamo per scontato che idee, abitudini e oggetti adottati dalla maggioranza, siano, proprio per questo, desiderabili. Così, contribuiamo a rendere più penoso il quotidiano cercando di adeguarci a modelli e ideologie di vita che storpiano corpo e psiche: ad esempio faticando per procurarci quello di cui non abbiamo bisogno e avvilendoci quando non possiamo ottenerlo. Il corpo, con tensioni e malesseri, ci avvisa che qualcosa non funziona, ma con una pilloletta (espediente funzionale soprattutto al mantenimento dello status quo), riusciamo a zittirlo per un po’. In fondo, anche questo è solo uno dei tanti paradossi dell’esistenza: più siamo carichi d’idee vuote, più aumentiamo il peso che portiamo sulle spalle.

sabato 14 ottobre 2017

La complessità non è complicata

È sempre più normale che, quando si confrontano diverse fonti d’informazione nel tentativo di fare chiarezza su un qualunque argomento, ci si senta più confusi di prima. Il culmine dello smarrimento si prova ascoltando i dibattiti televisivi. I dati forniti da uno sono regolarmente smentiti da un altro, il “punto” proposto non è mai quello giusto, ma è sempre diverso. Sembra che gli interlocutori, ognuno portatore di una visione estremamente schematica delle cose, provengano da pianeti distantissimi. Di certo c’è l’esigenza di farsi capire dal pubblico, e dunque si usano concetti semplici per fare presa con maggiore facilità, tuttavia la realtà non è mai semplice e, per comprenderla un po’ meglio, è necessario sviluppare la consapevolezza della complessità. Chi propone con grande sicurezza ricette facili, ha spesso successo perché rassicura, ma racconta solo una minima parte della verità, e dovrebbe insospettirci. Uno dei paradossi della nostra epoca, infatti, è che la responsabilità di una realtà sempre più complicata e disagevole dipende soprattutto dalla diffusione d’idee sempre più grossolane. Un buon antidoto al malessere determinato da un ambiente che percepiamo così ostico e incomprensibile, è dedicare del tempo a capire noi stessi. Prendere confidenza con le leggi che regolano l’insieme corpo-mente, le complessità e le apparenti contraddizioni che fanno parte di noi, vuol dire non solo comprendere meglio le nostre caratteristiche, ma anche quelle del mondo che ci circonda, perché ne siamo figli e ci assomiglia assai. Si tratta, comunque, di una scelta del tutto libera e personale, perché, com’è stato detto: “Se la conoscenza vi disturba, potete sempre scegliere l’ignoranza”. 

giovedì 21 settembre 2017

Postura vs Gravità: perché litigare?


La forza di gravità ha contribuito a plasmare l’organismo di noi bipedi umani nel corso dell’evoluzione e continua a modellarci per tutta la durata della vita. È a causa di questa ininterrotta attrazione verso il basso che chili e sollecitazioni di troppo accelerano la normale usura delle articolazioni e che, se trascuriamo un eventuale difettuccio di schiena, col passare degli anni possiamo ritrovarci curvi come ulivi. D’altra parte, se la gravità può creare qualche problema, cercare di eliminarla non è una buona idea. Se stare a letto per qualche giorno è già sufficiente a renderci più deboli e meno efficienti, in seguito alle imprese spaziali, gli effetti della mancanza di gravità diventano macroscopici. Dopo aver passato mesi in orbita, gli astronauti, pur svolgendo intensi e quotidiani programmi di allenamento, ritornano con gravi deficit: perdono massa muscolare ed efficienza cardiovascolare, hanno ossa più fragili, non sono in grado di tenere una postura eretta. Insomma, quello tra gravità e postura è un rapporto non facile. La prima è una forza inevitabile e necessaria che agisce di continuo su di noi, la seconda rappresenta una sintesi incarnata della nostra storia e del momento che viviamo. Infatti, la postura si modifica non solo in funzione della condizione fisica, ma anche di emozioni, pensieri, visione del mondo. Prendersene cura è molto istruttivo perché, oltre a migliorare la salute, può aiutarci a sviluppare maggiore consapevolezza di noi stessi, della realtà e della mutevolezza di questo legame. Imparare a equilibrare la relazione tra gravità e postura, quindi, è assai raccomandabile: alleggerisce la vita.

martedì 5 settembre 2017

La preistoria siamo noi

Benché il nostro genere (homo) si sia staccato da quello delle scimmie antropomorfe almeno cinque milioni di anni fa, noi, umani attuali, continuiamo a condividere con gli scimpanzé il 98.5% del DNA. La nostra specie (sapiens) è apparsa circa 100-150 mila anni fa, ma fino a 10-12 mila, prima della diffusione di allevamento e agricoltura, è vissuta di caccia e raccolta. Queste sintetiche informazioni dovrebbero farci riflettere. Gli aspetti fisici e mentali che ci appartengono, derivano da un’eredità ancestrale, in grande misura condivisa con altri animali. Gli innumerevoli studi sul cervello (e anche una veloce analisi della storia passata e della cronaca attuale) dimostrano come la parte logica e razionale, di cui andiamo tanto fieri, sia, in realtà, solo la punta di un “iceberg mentale” composto soprattutto da emozioni e meccanismi riflessi. Un’altra considerazione è che, per oltre il 90% del tempo, abbiamo vissuto in piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori nomadi, all’interno di un ambiente naturale e relativamente stabile, fattori che hanno modellato la maggior parte delle funzioni biopsichiche che continuano a governarci. L’enorme accelerazione tecnologica, però, non è stata affiancata da un’adeguata maturità mentale, e ci ha dato un potere ben maggiore di quello che siamo in grado di gestire. Per questo, combiniamo un bel po’ di disastri e ci sfibriamo per adattarci al mondo che abbiamo creato. C'è da stupirsi, allora, che il malessere, in qualche forma – ipertensione, mal di schiena, ansia, rabbia – coinvolga suppergiù tutti, o, da ottimisti, avrebbe più senso rallegrarsi di non stare molto peggio?